A.O.P.

•1 febbraio 2010 • Lascia un commento

A O P.

Con tanto di “o” maiuscola. Un acronimo di chiaro significato.

..E’ l’ennesima proposta che declino.  Con la solita formula di garbo, inflessibile, che mi contraddistingue – come se, in fondo, fossì per caso.

Sarà che quest’ultima è stata la peggiore di tutte. Sarà che mi è sembrato inequivocabilmente squallido – in primis il suo scritto e, in seguito ad una qualche rielaborazione che la mia mente deve aver condotto a posteriori, anche il suo avatar.

Non ho voglia di far granché, nell’ultimo periodo. Mi sento spento,  lo ammetto. Voglia di reagire, voglia di cambiare, voglia di scrivere (!) oramai prossime allo zero – si è capito, credo. Figuriamoci quanto possa entusiasmarmi l’idea di intavolare una discussione con un bel giovanotto che esordisce con A O P. 

Mi è piaciuto in particolar modo l’utilizzo del caps lock. Probabilmente non sa nemmeno cosa significhi caps lock – o se non altro non è abituato ad associare la  denominazione alla funzionalità.

E se non intendesse quel che intendeva? E se fosse stato un dotto ingegnere che volesse comunicarmi il suo cieco credo ad un “paradigma di programmazione basato sulla creazione di entità software”, come Wikipedia docet?

Ah chi può dirlo, chissà come mi son perso.

Ho appena – cordialmente, s’intende! – sbattuto le porte in faccia ad un.. :-)

Above all

•6 novembre 2009 • Lascia un commento

E’ da un po’ che ci penso. Ieri, poi, non ho proprio potuto fare a meno di sprecarvi più tempo del dovuto.

La mia condizione di immobilismo emotivo da un lato mi risulta comoda, dall’altro, però, comincia a starmi decisamente stretta. Non mi manca nulla, questo è il punto – è questo il mio principale veleno. Nulla detengo, nulla cerco di ottenere – mi limito ad aggrapparmi saldamente a tutto quel di cui già dispongo. 

Si, ho il tremendo sentore di non aver bisogno di niente e nessuno – e di non avere necessità alcuna di compiere i miei famosi passi (in avanti o indietro che essi siano). Ho paura, ho una paura matta di restarne deluso, scottato e nel contempo di arrecare dispiacere a chi mi circonda.

Eppure, le mie speranze non accennano a cristallizzarsi. Mi è sufficiente leggere di storie felici che hanno come protagonisti perfetti sconosciuti per provare un barlume di ammirazione – e di invidia. Ed è proprio da quest’invidia che fuggo, clamorosamente, ogni volta.

Il mio phàrmakon emotivo è lo stesso adottato dalla celebre volpe di Esopo.

Sono superiore, io. Non ho bisogno delle caratterizzazioni di vita altrui, non mi servono, non mi interessano. La gioia che tanto mi manca?

Nondum matura est.

volpeuva2

Imprévus culinaire

•27 settembre 2009 • Lascia un commento

Come non conoscere la quiche lorraine?

Si tratta di una deliziosa preparazione, verosimilmente di origine francese, a base di uova, panna, formaggio e pancetta racchiuse in un involucro di frabile pasta brisée. La descrizione semplicistica non rende l’idea: detta così sembrerebbe null’altro che una frittatona ricca, cotta al forno – ed in effetti lo è – ma è molto più piacevole a vedersi, oltre che gustosa e versatile. Così versatile e semplice da preparare che ho deciso di cimentarmici, trovando finalmente un ritaglio di tempo libero da dedicare ai fornelli.

E poi il nome, che già di per sé è tutto un programma. Quiche – che va letto kish, senz’altro, mi raccomando anche alla pronuncia che non dev’essere troppo carica, al pari del sapore. Detto da uno che fino a qualche mese fa ne ignorava il nome esatto e continuava a chiamarla pastrocchio di uova cotte al forno fa pensare, neh. :-)

Ho sempre nutrito un certo fascino nei confronti della raffinata cuisine française – probabilmente per il largo uso di ingredienti delicati che la caratterizza, spesso (ma non sempre, jamais!) tendente ad una dimensione simil vegetariana. Non sono un buon carnivoro, in effetti. Preferisco una bechamel vellutata ad un robusto brodo di carne – del buon formaggio tagliato sottile sottile con pane caldo, piuttosto che una bistecca di maiale. Carne rossa, poi, nemmeno a parlarne.

Magari riprenderò le mie prospettive junk food-erbivore in un altro post, potrebbe uscirne qualcosa di interessante, chissà. Torniamo al nostro pastrocchio di.. – pardon, alla quiche lorraine, della quale vi riporto la ricetta che ho seguito basandomi su un vecchio ricettario di famiglia, rivisitandola e confrontandola con svariate fonti internettiane (in primis questa ed anche quest’altra, molto simpatiche da leggere e validissime come riferimento).

Per la pasta brisée:

  • 200 grammi di farina tipo 00
  • 100 grammi di burro
  • 100 mL di acqua molto fredda
  • sale q.b.

Per la farcia:

  • 4 uova  
  • 150 grammi di panna da cucina
  • 2/3 formaggini
  • 100g di formaggio semi duro tagliato a cubetti (perfetto l’emmenthal ma va bene anche il provolone classico)
  • 100g di salame tagliato a pezzetti

La pasta brisée è una preparazione di base, dunque non dovrebbe porre particolari problemi. In molti consigliano di frullare preventivamente burro e farina per poi lavorarli – io mi sono attenuto ad una tecnica molto più sempliciotta e sbrigativa, disponendo la farina a fontana sul piano da lavoro, aggiungendovi poi il burro ridotto a pezzi molto piccoli.

In molti – mi ci metto in prima fila! – sarebbero tentati da una cottura preventiva dello stesso, prima di mescolarlo alla farina; tuttavia, questo stratagemma pregiudica la consistenza finale della pasta, dal momento che un calore eccessivo provocherebbe una denaturazione massiva nei confronti del povero burro. :-)

Lavorate quindi la farina e il burro, aggiungendo un po’ d’acqua fredda ed un pizzico di sale. Chiaramente il contatto con le mani determina un trasferimento di calore, ma non è un problema – l’importante è lavorare il composto velocemente, con la punta delle dita e non troppo a lungo come fareste con un impasto per pizza: inoltre, la temperatura dell’acqua accorre in nostro aiuto. 

A proposito dell’acqua.. Dal momento che utilizzo i bicchieri di plastica classici a mo’ di misurino – ebbene si – ve ne fornisco le quantità indicative “a occhio”: ne avrò riempito uno per metà, collocandovi un cubetto di ghiaccio che nel giro di pochi minuti si è poi sciolto.

Dopo  una decina di minuti la pasta sarà pronta. Ha un buon profumo ben caratterizzato anche da cruda, non c’è che dire! Lasciatela riposare in frigorifero per tre quarti d’ora abbondanti, avvolgendola in una pellicola per alimenti e collocandola su un ripiano medio-basso (spazio permettendo).

Senza troppa fretta, potete cominciare a preparare il ripieno. La ricetta originale della quiche lorraine prevede l’utilizzo di pancetta affumicata, da rosolare in padella con fiocchi di burro – ma dal momento che nessuno in famiglia ama granché la pancetta, ho optato per il salame.

Prendete quindi una scodella capiente dove sbatterete le uova (con il solito pizzico di sale) ed aggiungerete i restanti ingredienti. Nel mio caso, qualche cucchiaio di panna da cucina, un paio di formaggini e.. circa quattro fette non proprio sottilissime di formaggio (ed altrettante di salame) ridotte a piccoli pezzi.

Nel frattempo, accendete il forno, regolando la temperatura sui 200°C in modo tale da riscaldarlo preventivamente.

Riprendete quindi la pasta brisée. In un primo momento potrebbe sembrarvi troppo dura (lo sarà senz’altro meno, se avete seguito l’accorgimento del ripiano basso) ma sarà in ogni caso sufficiente aspettare qualche minuto per poi stenderla velocemente con l’ausilio di un mattarello. Non tiratela troppo sottile – 2 o 3 millimetri di spessore e sarà perfetta per essere spostata in uno stampo da forno ben imburrato. Ricordate di forellare la pasta con i rebbi di una forchetta, onde evitare spiacevoli rigonfiamenti.

Riempite, in questo modo, la base della quiche con il preparato di uova, semplicemente versandolo.

E’ preferibile utilzzare stampi di tipo antiaderente con bordi diritti e scanalati, specifici per la quiche. In casa dispongo (ancora per poco!) di soli contenitori in alluminio, quelli con i bordi un po’ svasati tipo crostata, per intenderci: sono ugualmente funzionali ma rendono più difficoltosa ed inesatta la delicata  operazione di livellamento, alla quale comunque potrete ovviare tagliando la pasta in eccesso e ripiegandola verso l’interno, a mo’ di cordoncino decorativo.

Infornate a 200°C, come da manuale, per almeno 50 minuti. Svariati ricettari riducono i tempi di cottura ad una mezz’ora tonda tonda – eppure, sarà strano il mio forno, non mi trovo mai con queste indicazioni e puntualmente le preparazioni sono ancora crude! Come riferimento, considerate che si tratta pur sempre di una frittata al forno – ed in quanto tale senz’altro solida, ben rappresa e leggermente dorata: viste le dosi, dovrebbero trascorrere almeno 45 minuti, a mio avviso.

La cosa più saggia è cominciare a tenerla sotto controllo dopo la prima mezzora. In ogni caso, qualunque sia la potenza del vostro forno, otterrete una golosissima quiche lorraine reloaded. Lasciatela intiepidire qualche minuto per poi sformarla dallo stampo e tagliarla a fette triangolari.

Questa mi sembra abbastanza simile al risultato che ho ottenuto io – ho scattato delle foto che avrei allegato volentieri al post ma purtroppo la qualità grafica lascia molto a desiderare.

Probabilmente non sfiora neppure i livelli dell’originale francese ma la mia famiglia l’ha divorata nel giro di pochi minuti.

Semplice ma gustosa , pratica nella sua eleganza senza troppe pretese, la quiche si presta alle più svariate occasioni e può essere rivisitata in base ai propri gusti e alla propria fantasia. E’ una preparazione che mi piace davvero tanto, dal momento che dà soddisfazione pur richiedendo poco sforzo ed ingredienti facilmente reperibili.

La prossima volta la provo alle verdure, siete avvisati – ho già in mente un pasticcio di zucchine e salsa bechamel.. Ma questa è un’altra storia. :-)

Colpo d’occhio

•2 agosto 2009 • Lascia un commento

Prologo:

Ciao io mi chiamo L. e te?

Ehi, ciao.. Io mi chiamo M., piacere

Piacere mio amò hai foto?

Segue uno scambio di foto, dal quale emerge che ci si trova interessanti ed una serie di domandine stereotipate come l’età, l’occupazione e le relazioni passate. Trascorsi all’incirca 15 minuti di conversazione..

Capito.. Tesò comunque io mi chiamo L. te?

__

Dovrei fidarmi molto di più delle mie prime impressioni.

Spesso e volentieri temo di cadere nell’eccesso opposto e di peccare di superficialità: conoscere una persona implica ripetuti incontri, dialogo, complicità ma soprattutto tempo, tanto tempo. Eppure, mi rendo conto che le sensazioni iniziali la dicono molto più lunga di quanto si potrebbe pensare.

Il suddetto elemento, il nostro L. – quasi mi piange il cuore  dovermi riferire a lui in questo modo – appartiene in realtà ad un passato recente. Già lo conoscevo, insomma, e sin da allora mi ero fatto una pessima idea sul suo conto.

Mesi e mesi dopo si ripresenta: avrei dovuto ignorarlo, (come mio solito) ma trattandosi di una tipologia di ragazzo soggettivamente molto ma molto gnocca, ho preferito lasciar correre. Eh si, la testa la perdo anch’io una tantum, per mia fortuna. Anche se, purtroppo, l’esito non è stato dei migliori..

Un rincitrullito di prima categoria.

Usato x Familiare x Sfiducia

•13 maggio 2009 • 1 commento

Vai avanti e non pensarci – soprattutto, non pensarci.

Mi vien detto che non sono stato usato. Ed avrebbe tentato di ingelosirmi.. Fatico a crederci.

No, non sono ferito. Non vi avevo nemmeno riposto una così grande speranza. Sono passati pochissimi giorni, troppo pochi, i miei amori hanno richiesto mesi! Di certo non merita il mio tempo sino a questo punto, il post è per me, non per lui.  E’ solo.. una sensazione. Una vecchia sensazione. La convinzione d’esser condannato a rappresentare un complemento di mezzo, un vettore, un palliativo per gli altri. Vorrei esser smentito, per una volta, dalla mia sorte. Lo vorrei tanto.

Maschere e indecisioni d’alto grado

•12 maggio 2009 • Lascia un commento

maschera9xk“Cerco ragazzo attivo per conoscenza no sex.”

Sono bellissimi. Sono bellissimi perché non si rendono nemmeno conto d’essere come dei corridori completamente nudi, incapaci di fermarsi e costretti su di una pista circolare che sembra non avere mai fine. Chi ha detto che questo sia un problema? Magari loro  hanno fatto di tutto per esser prevedibili.

Massì. Sono i fondatori di un nuovo codice segreto. Si, quello delle verità che si palesano da sole. Sistematevele un po’ meglio, queste mascherine, però.. Che le conosco, ah, se le conosco.. :-)

Gelosia

•11 maggio 2009 • 1 commento

Jealous of L, arent you?

Mi sono sempre posto svariati interrogativi in merito alle strategie adottate in ambito relazionale. Sembra vada particolarmente di moda il lancio del seme della gelosia nell’animo del proprio partner, sperando, così, di richiamare le sue attenzioni. E’ un’arma di rara potenza, la gelosia.  E’ insomma una lama a doppio taglio: la si desidera entro un certo limite, eppure non ci si dimentica mai di maledirla. E’ il lento consumarsi dell’innamorato insicuro, dell’amore che cerca conferma d’amore. Per definizione, una passione giovane ed immatura fatica a sottrarsi a questo crudele tranello emotivo. Dall’alto della mia inesperienza in affettività&affini, non posso nascondere d’essermi lasciato imprigionare più volte dallo spettro della gelosia – nel mio caso, per giunta, assolutamente immotivata, tanto più che gli oggetti dei miei desideri erano lontani anni luce, da me. Quello strano torpore. Quell’abbandono, seguito da fiamme di rabbia, confinata nell’io – e ivi repressa. Diabolica.

Lontani anni luce, dicevo. Dunque illusori, dunque ideali. La gelosia di un amore ideale mi rapisce, mi ha già rapito, di fatto.

E’ quella autentica che sembra rifuggirmi. Il punto è che non mi sono mai trovato in una situazione che prevedesse un’applicazione sufficientemente valida del geloso immaginario. Non ho condiviso alcuna storia di valore in tutti questi anni. Pur tuttavia, ho come l’impressione di aver sviluppato una sciocca forma di self-pride in seguito alla quale ho finito con l’assumere un’inverosimile impermeabilità al suddetto sentimento.

Arrivo al dunque. Credo di aver trovato una persona capace di intenerirmi e di intrigarmi assieme. Non ammetterò subito il fatto che mi piaccia – ma sto cominciando a nutrire una qualche speranza. Non è bellissimo, non è magro, non sembra troppo meticoloso: insomma, si presenta proprio come piace a me. Il nostro incipit ha seguito un’andatio discreta, in sintonia con terminologie calde e romantiche ma soprendentemente mai troppo volgari.

Forse si aspettava che lo cercassi con insistenza, con la sua stessa insistenza nel farmi la corte. Voleva sentirsi desiderato.

Ecco appunto. Dopo il brivido di poter aver a che fare con una realtà appena verosimile (e non candidamente stipata nei meandri della fantasia) è scattato il mio solito vuoto. Non amo bruciare le tappe in queste circostanze – ma come non lasciare che cuociano a fuoco lento?

Si direbbe che il “mio” orsacchiotto non sembri gradire queste stategie culinarie d’alta classe. Si è sentito trascurato, il cucciolo. Ho avvertito il suo muso lungo protrudere aldilà delle poche righe che ci siamo scambiati la scorsa sera. Dapprima si è buttato a pietà, accucciandosi tra dubbie espressioni di malinconia: successivamente ha ripiegato sulla geniale contromossa del giovane medio: “facciamolo ingelosire!” – avrà pensato.

E ha pensato male. Ho subito percepito una palese forzatura nel suo tirare in ballo un fantomatico “amico speciale”, ogni qual volta potesse farlo. Avrei povuto inchiodarlo all’istante ma ho preferito comunicargli le mie impressioni tramite SMS. Con tutta la considerazione che cercava – e che merita. :-)

Seriamente, la gelosia non è robetta da un paio di giorni –  persino costui avrebbe da ridire –  e lo credo bene! Soffrirò per persone con cui sento di aver veramente condiviso qualcosa, non certo per il primo arrivato.. Dunque i punti son due: o l’orsacchiotto è stupido forte oppure ha un modo tutto suo di giocare con il romanticismo degli altri in modo tale da stabilizzarlo.

Ho sventato il piano senza cadere nel tranello. L’ho capito, l’ho capito e son riuscito ad anticiparlo. La mia previsione acuta mi ha permesso di realizzare ogni cosa.

Come sei bravo, caro Amairgen. Come sei solo.